Centenario amaro: che figuraccia davanti alle leggende viola

Altro che festa. Altro che serata da ricordare. Nel giorno del centenario la Fiorentina vive il peggiore degli incubi: come se non bastassero le quattro scoppole dell’Olimpico, ne arrivano altre tre, in casa, dalla matricola Frosinone. Nessuna scusante, stavolta, nessun alibi, sette gol al passivo in centottanta minuti e zero reti all’attivo sono più di un campanello d’allarme e obbligano a un esame di coscienza e all’assunzione di responsabilità, al di là delle frasi di circostanza: questa Fiorentina, senza identità, senza un’idea di gioco, è troppo brutta per essere vera.

IL BANDOLO DELLA MATASSA

E che si brancoli nel buio lo conferma la formazione iniziale, diversa per cinque-undicesimi da quella di Roma. E quand’anche le scelte stavolta appaiano più razionali e meno cervellotiche, resta l’impressione di un tecnico che, nonostante quasi due mesi di lavoro con un organico in buona parte a disposizione sin dall’inizio, fatichi a trovare il bandolo della matassa. Certo non aiutato dalla vicenda Kean e dalla tardiva opera di completamento dell’organico.

SINISTRI PRESAGI

A dispetto del clima (che bolgia, il Franchi) e dell’avversario, il Frosinone non mostra particolari timori e fa comprendere subito di volere fare da guastafeste: pressione alta, costante aggressione sui portatori di palla viola, la Fiorentina sembra stordita. Non è un caso che, nei primi dieci minuti, i ciociari spaventano De Gea due volte (con Kvernadze e Bracaglia), al netto di un contatto assai dubbio in area tra Dragusin e Monterisi. Segnali premonitori ma ignorati, colpevolmente.

SULL’ALTALENA

Eppure, la Fiorentina sembra pronta a uscire dal guscio, sfiora il gol con Gudmudsson, lo trova pure con l’islandese (ma in fuorigioco), lascia intravedere alcuni spiragli di luce, al di là di qualche leziosismo di troppo che dà la sensazione d’una squadra con tratti narcisistici seppur con una buona dose di qualità dalla cintola in su. Peccato che il Frosinone, nel momento migliore viola, passi grazie alla solita topica (inguardabile Ndour mentre Alex Jimenez si addormenta).

FERMI AL PALO

La reazione non manca ma la fortuna non aiuta. Mastantuono è ispirato e prende il palo, sessanta secondi dopo imitato da Valdepenas. Ti aspetti da un momento all’altro il pareggio e, invece, Bracaglia svetta nella solita disattenta difesa e fa due a zero. Partita finita, dopo appena quaranta minuti. Anzi c’è tempo per il tris del Frosinone in una ripresa nella quale non c’è alcun cenno di risveglio.

CORSA AI RIPARI

C’è da fare, c’è tanto da fare. Sul mercato, di certo, ma anche Grosso deve cominciare a rimboccarsi le maniche, dando dimostrazione d’essere nelle condizioni di riprendere in mano le redini di una squadra che non vale certo il poco e nulla fatto vedere in queste prime due partite. Gli spettri di un anno fa aleggiano sempre.

NOSTALGIA CANAGLIA

Nel giorno del centenario restano solo le immagini dei tanti viola del passato che sfilano al Viola Park e al Franchi. Dunga, Toldo, Batistuta, Rui Costa, Torricelli, Frey, Toni, Mutu, Gilardino, Borja Valero, Gonzalo Rodriguez, Pepito Rossi, Claudio Ranieri, Terim, Prandelli. Emozioni forti. Intense. Brividi che corrono lungo la schiena. E fanno venire i lucciconi agli occhi (commovente quel lungo abbraccio, in tribuna, tra il Re Leone e Rui). E il pensiero corre subito a quella Fiorentina che, in pianta stabile, si sedeva al tavolo delle grandi d’Italia e d’Europa. Proprio dove il labaro viola merita di tornare a garrire al vento. Perché, Fiorentina, del calcio, è tua la storia. E va rispettata.

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