Sprofondo Grosso: errare è umano, perseverare…

La pazienza è finita e il Franchi, al triplice fischio, il suo messaggio lo manda forte e chiaro. Tre indizi fanno una prova e, al di là dell’impietosa e inimmaginabile situazione di classifica (zero punti, nove gol subiti e appena uno realizzato), ad allarmare è proprio quello che si è visto (o meglio non si è visto) in duecentosettanta minuti. E che è anni luce lontano dal qualcosa di bello ossessivamente evocato, in ogni risposta, dal tecnico. Questa Fiorentina è davvero poca cosa: senza identità, senza spina dorsale, senza fiato. Lecito attendere e pretendere ben altro, specie dopo una campagna acquisti sontuosa.

TUTTO CAMBIA AFFINCHE’ NULLA CAMBI

Mercato finito, si va avanti, almeno sino a gennaio, con questo gruppo, rivoltato come un calzino e da assemblare con prontezza. Ma Grosso decide di stravolgere, daccapo, formazione. Rivoluzionata per cinque undicesimi: vuoi per scelta vuoi per necessità. C’è l’esordio di Njie (sarà uno dei pochi a salvarsi), in difesa, accanto all’inamovibile Dragusin, stavolta tocca a Viery con Joao Mario riproposto a destra mentre, nel mezzo, le condizioni non ottimali di Atta rilanciano Brescianini e consentono di sperimentare la convivenza tra Oulai e Fagioli. Finalmente, hai appena il tempo di pensare che l’ivoriano si fa male, obbligando a ripescare il solito anonimo e lento Ndour. Non la migliore soluzione ma, ahimè, in assenza di alternative (quasi a smascherare una delle principali lacune lasciate dal mercato), l’unica.

MANI NEI CAPELLI

Al di là dei primi settantadue e illusori secondi (con la doppia e clamorosa occasione MastantuonoNjie) e dei numerosi e continui avvicendamenti, la Fiorentina è gemella di quella vista con Roma e Frosinone. Squadra molle e passiva, priva di idee, incapace di aggredire, che resta in balia degli eventi e, magari, in attesa di qualche spunto individuale, per carità sempre possibile grazie alla qualità di alcuni interpreti. Il blocco resta basso, il centrocampo è costantemente saltato, di fraseggio manco a parlarne (poco più di 30% di possesso palla nel primo tempo), il ricorso al lancio lungo diviene sistematico perché l’unico modo per portare la palla nella metacampo di un Torino che fa la partita. Ovvero viva il parroco e preghiamo il cielo che qualcosa accada. 

NOTTE FONDA

E qualcosa, per grazia ricevuta, accade: Pellegrino, che con il Toro avrà un conto in sospeso, spara da trenta metri, Perri pasticcia e i viola passano. Speri possa essere la svolta e, in effetti, per uno scampolo, la Fiorentina (che si ripresenta con Atta e Gnonto per Brescianini e Mastantuono) sembra ritrovare scioltezza. Nessuna mirabilia, ci mancherebbe altro, ma almeno il pallone viaggia più veloce e Fagioli disegna qualche geometria interessante. Ma è un fuoco di paglia. Mandragora lancia un missile terra-aria per il più classico (e prevedibile) gol dell’ex, Adams firma il sorpasso su un pasticcio di Valdepenas e una dormita di Joao Mario. Cala il gelo al Franchi, a dispetto dei trentaquattro gradi.

E ORA?

La folla chiede, a gran voce, la testa di Grosso. Che ha, di certo, le principali responsabilità visto che, in due mesi, non è stato capace di costruire una parvenza di squadra. Né il rinnovamento totalitario dell’organico può essere un comodo alibi. Certo, qualcosa manca in termini di esperienza e personalità (quanto sarebbe servito un leader a centrocampo) ma, francamente, se il quadro è desolante, la parete lo è ancor di più. Forse è il pittore che non va bene? 

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