L’ormai ex allenatore della Fiorentina Paolo Vanoli, intervistato da Ivan Zazzaroni, ha parlato ai microfoni del Corriere dello Sport, commentando la sua avventura alla Fiorentina e l’estate trascorsa nell’ambiente viola. Queste le sue dichiarazioni.
Sul suo momento attuale: “Mi dispiace tanto. Dopo l’ultima esperienza mi sono goduto molto la famiglia. Entrando a novembre l’obiettivo principale del presidente, che poi purtroppo è venuto a mancare, un’ulteriore bastonata, era sistemare la situazione e raggiungere la salvezza. E questo è stato fatto. È stato fatto qualcosa di cui sono orgoglioso, anche vedendo le immagini dei tifosi viola che festeggiano il Centenario. Abbiamo dato la possibilità di costruire un sogno, sono orgoglioso. Anche dai numeri. Guardo il mio lavoro nel girone di ritorno, siamo arrivati con 29 punti alla pari della Lazio, un punto in più del Milan. Saremmo stati sesti. È stata un’impresa. Prendi una squadra con 4 punti, cambi la storia della Fiorentina e della Serie A. Nessuna squadra si era salvata in quella situazione. Ci siamo salvati a due giornate dalla fine”.
Sull’addio alla Fiorentina: “Reputo Paratici una persona di valore, che veramente capisce di calcio. Ho avuto di starci insieme in questi sei mesi. Quanto ho fatto sul campo ha valori tangibili. Non mi chiedo mai perché succedono le cose. Lotto perché sono un allenatore ambizioso. Questo tempo mi serve ora per migliorare. Le scelte le ho lasciate a loro. La cosa che mi ha dato personalmente, umanamente più fastidio forse sono stati i tempi. Le cose sicuramente si sapevano prima, si poteva dire ‘grazie e arrivederci’ anche prima.Con il lavoro fatto penso che sia stata anche una decisione difficile cambiare”.
Sull’impatto a Firenze: “Quando sono arrivato, mi sono seduto al tavolo ed eravamo io, Ferrari e Goretti. Perché la settimana prima era andato via Pradè. Una responsabilità enorme. Una squadra costruita per grandi obiettivi si ritrova ultima con 4 punti, anche gente spaventata nello spogliatoio. Difficile anche farli reagire. I primi 10 giorni sono andato anche a vedere case. Poi ho detto: “Aspettiamo”, e ho vissuto al Viola Park. Nella mia testa pensavo “ah ma ci salviamo facilmente”, toglierlo dalla testa dei giocatori non è stato facile”.
Sulla fine del rapporto con la Fiorentina: “Mi prendo anche delle responsabilità sulla fine del rapporto. Quando sono andato a firmare, talmente era la voglia di allenare questa squadra, sapevo cos’era Firenze, i tifosi che spingono sempre ad arrivare in alto, ho firmato un contratto unilaterale dando scelta totale a loro. Avevo altre squadre, però avevo questa forte idea di fare qualcosa di importante e poi portarlo avanti. È una proprietà seria, ringrazio la famiglia Commisso perché mi ha dato l’opportunità di allenare una squadra importante come la Viola, qualcosa che avevo dentro”.
Sulla sua carriera: “Senza presunzione, da quando ho iniziato allo Spartak, la promozione a Venezia, il Torino, il capolavoro a Firenze… il mio valore lo conosco. Sartori è un direttore che mi stima molto, non è detto che in prospettiva futura non ci sia occasione”.
Sui momenti difficili: “Ce ne sono stati parecchi. Dalla decisione di cambiare capitano, dando più responsabilità a De Gea. Era la persona che si poteva accollare le responsabilità, senza nulla togliere a Luca. Esserci salvati mancando tanto uno come Kean, l’anno prima capocannoniere, giocatore forte che ha sempre provato a dare tutto per la maglia. Moise ragazzo complicato? Tutti i giocatori possono essere gestiti, non posso dire nulla, è uno degli attaccanti italiani più forti. Sono cresciuti in tanti. Per Parisi mi è dispiaciuto per l’infortunio, mi ha stupito tanto anche quando gli ho cambiato di ruolo”.
Sui tifosi: “Mi viene la pelle d’oca quando guardo i video della tifoseria di Firenze, la più grande soddisfazione è stato il tributo dei tifosi all’ultima giornata. Ce l’ho nel cuore”.
Su Fagioli: “Talentuoso. Ho scoperto un ragazzo intelligente calcisticamente, di grande personalità tecnica. Tutti pensavano che non potesse fare il play, ma quando uno è intelligente e si mette a disposizione… l’ha fatto veramente bene. Un giocatore bravo può fare qualsiasi ruolo. In quel momento lì ha sentito la fiducia e questa ti fa dare qualcosa in più”.
Su quanto le dispiace non essere più l’allenatore della Fiorentina: “Undici. Perchè me lo sono meritato, sì. Volevo costruire una squadra a mia immagine e somiglianza, interagire con il direttore. Ero convinto che avrei potuto portare la Fiorentina in alto, ho lavorato sei mesi con una squadra che non era la mia. Pubblico di Firenze presuntuoso? No, ambizioso. Quella sana presunzione che ti porta sempre al limite”.








