Gosens Fiorentina

Gosens: “Mio padre un esempio. Ai miei figli insegno che le sconfitte fanno crescere”

Il lato più intimo, lontano dal campo e dai riflettori. Robin Gosens ha parlato ai canali ufficiali della ACF Fiorentina nella rubrica “A Luci Spente”, ripercorrendo la propria infanzia, le prime esperienze nel calcio e il significato profondo dell’essere padre. Un racconto personale, sincero, che mette al centro famiglia, emozioni e futuro.

L’infanzia e il rapporto con il padre

Cresciuto in un piccolo paese, Gosens ha ricordato con affetto gli anni dell’infanzia e il legame con i genitori, soffermandosi anche sulle difficoltà iniziali vissute con il padre-allenatore:

«Sono cresciuto in un paese molto piccolo e in mezzo all’affetto dei miei genitori. Ho avuto un’infanzia molto tranquilla e poi per il calcio ho iniziato ad uscire molto. Mio padre era l’allenatore della squadra dove giocavo quando avevo 6 anni. All’inizio è stato difficile perché lui non voleva far vedere che mi volesse più bene degli altri e quindi ad un certo punto volevo smettere. Poi ho risolto ed adesso abbiamo un bellissimo rapporto. Al di là del lato calcistico, con cui all’inizio ho avuto difficoltà ad interfacciarmi, mio padre per me è sempre stato un esempio. Lo accompagnavo sempre quando faceva sport, con lui eravamo sempre fuori per divertirci. Sono stato privilegiato perché ho avuto un’infanzia con pochi problemi».

Un rapporto che, col tempo, si è rafforzato, trasformando quelle incomprensioni iniziali in un legame solido e maturo.

L’importanza di manifestare le emozioni

Nel corso dell’intervista, l’esterno viola ha affrontato anche il tema dell’espressione delle emozioni, sottolineando le differenze caratteriali tra i genitori e quanto questo abbia inciso sulla sua crescita personale:

«I miei genitori erano molto diversi perché mio padre non riusciva a far trasparire le proprie emozioni mentre mia madre non aveva filtri. A me quando le persone sono così mi piace tantissimo perché la verità, anche se può far male, aiuta di più. Mio padre voleva invece far sembrare che fosse sempre duro per proteggere la famiglia. Anche mia sorella è sensibile e ci parliamo molto per condividere il nostro stato d’animo. Più tieni le cose dentro più diventano gravi e le persone a te care non ti possono dare una mano. E questo lo sto cercando di trasmettere ai miei figli. Mio figlio è come me solo che anche lui non riesce a perdere e quindi li devo insegnare che le sconfitte servono a farti crescere».

Parole che raccontano un Gosens riflessivo, attento non solo alla performance sportiva ma anche alla crescita umana.

Le prime esperienze nel calcio e il “piano B”

Non è mancata un’analisi lucida del sistema giovanile e delle aspettative che gravitano attorno ai giovani calciatori, soprattutto in Germania:

«Quando ero piccolo non avevo paura di sbagliare perché volevo solo divertirmi e fare ciò che mi piace. In Germania il problema è che appena entri nelle giovanili dove, solo una piccola percentuale arriva in prima squadra, ti danno delle false speranze e questo se poi fallisci ti può fare molto male. È importante anche sviluppare un piano b. Il vuoto che ti porta un fallimento può diventare logorante se non ti sei creato anche altre strade. Non è sbagliato sognare perché è la base per arrivare in alto, devi fare sacrifici. Ma serve anche altro. È anche importante dare peso a ciò che succede nel post carriera perché quando si spengono le luci tutto cambia e se non sai cosa fare dopo diventa difficile. Io, che ho già il piano B per il mio futuro, vivo tutto questo con serenità e senza la pressione di portare magari il mio corpo al limite per continuare a giocare».

Un messaggio forte, che va oltre il rettangolo verde e guarda già al domani, con la consapevolezza di chi ha costruito basi solide anche fuori dal campo.

Essere padre: tra amicizia e responsabilità

Il Gosens calciatore lascia spazio al Gosens papà, tra ironia e profondità:

«Mia moglie mi dice sempre che sono un terzo figlio. Provo ad essere un amico per i miei figli. Non voglio essere duro o dare troppe regole anche se una base serve. Voglio trasmetterli che niente è scontato e che siamo privilegiati a vivere questa vita. Quando sono con loro ho tutto e mi fa sorridere. Cerco di essere un padre positivo».

E sulle paure legate al futuro dei figli aggiunge:

«Io non voglio dargli la sensazione che devono per forza diventare calciatori perché l’ho vissuto in prima persona. Per me va bene tutto per loro. Però ho la sensazione che vedendomi magari si mettono già in una direzione. E questo mi fa paura perché loro devono trovare la loro strada. Mia moglie però mi dice che devo pensare meno e questo è un bene perché io lo faccio troppo, sia dentro che fuori dal campo».

Il rapporto con la moglie

Infine, un pensiero speciale per la compagna di vita, presente fin da prima del successo:

«Sto con lei da prima del successo, da 13 anni. Questo mi dice che ho sposato una donna che ha scelto un uomo normale, non un calciatore. Siamo partiti a scuola insieme e prima di essere marito e moglie siamo migliori amici. Condividiamo tutto e non abbiamo mai smesso. L’anno a Berlino è stato devastante e il fatto di avere questo rapporto ci ha permesso di non andare in crisi. L’unico suo difetto è che prima di prendere una decisione ci pensa sempre troppo. È una madre amica e questo è fondamentale. A volte dimentichiamo che le mogli dei calciatori fanno tanti sacrifici».

Un’intervista che mostra un Gosens maturo, consapevole e sereno: un leader non solo nello spogliatoio della Fiorentina, ma anche nella vita privata.

(Foto X, @acffiorentina)

Condividi:

Lascia una risposta

Scopri di più da SpaceViola

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere