Paolo Vanoli è arrivato per risolvere una crisi, non per aggravarla. Eppure, secondo l’analisi di Andrea Marinozzi a Cronache di Spogliatoio, il tecnico rischia di diventare un problema. Non tanto per le colpe societarie, di cui è l’ultimo responsabile, quanto per una gestione comunicativa che sta creando fratture.
Nel post-partita contro il Sassuolo, l’allenatore ha commesso un errore semantico fatale. Ha iniziato con un “dobbiamo chiedere scusa”, ma è stato l’unico momento di condivisione. Subito dopo, il “noi” è sparito. Hanno preso il sopravvento l'”io” e il “loro”. Si è creata una distanza netta tra guida tecnica e squadra. Definire pubblicamente i giocatori “non uomini” o insistere ossessivamente sulla parola “paura” invece che sul “coraggio” è pericoloso. Specialmente con un gruppo che lo conosce da appena un mese.
L’errore più evidente riguarda la gestione del rigore. Una banale discussione di campo tra Mandragora e Kean è stata trasformata in un caso diplomatico. Vanoli ha esposto Gudmundsson alla gogna mediatica, accusandolo di essersi rifiutato di calciare. Le conseguenze sono state disastrose. Il giocatore, bersagliato dagli insulti, è stato costretto a smentire il proprio allenatore sui social. Il tentativo successivo di Vanoli di chiudere il caso (“nessuno ha mentito”) è apparso tardivo e goffo. Un vero autogol gestionale.
C’è poi un cortocircuito logico. Vanoli ripete che la squadra “non deve avere alibi”. Eppure, quando deve giustificare le sue scelte tattiche, è il primo a elencarli. Cita gli infortuni di Fazzini, Parisi e Gosens per spiegare il cambio di modulo. Il messaggio che arriva ai giocatori è devastante: voi non potete avere scuse, io sì. Anche i paragoni con il passato non aiutano. Mettere a confronto l’attuale centrocampo (Nicolussi Caviglia, Sohm) con quello della scorsa stagione suona come una bocciatura preventiva per chi c’è oggi.
Infine, il ricordo dei propri tempi da calciatore. Vanoli sottolinea spesso quanto lui corresse e “desse tutto” su quella fascia. Un modo implicito per dire che i suoi ragazzi non fanno altrettanto. Il tecnico ha ammesso di non aver ancora trovato la chiave per entrare nella testa dei giocatori. Con queste premesse comunicative, purtroppo, il motivo appare chiaro.







