
L’impronta di Stefano Pioli sulla Fiorentina non si è vista neanche a Pisa. L’Arena Garibaldi aspettava l’arrivo della Fiorentina da oltre 34 anni, un altro capitolo da aggiungere alla secolare rivalità con la città dei Medici. La squadra di Gilardino incarna l’anima battagliera del suo popolo molto di più di quanto abbia fatto quella viola. C’è aria di crisi, la Fiorentina non solo non vince, ma nemmeno segna: non succedeva dal 1977-78 che la Viola fosse ancora a secco di successi dopo cinque giornate di Serie A. Lo è anche il Pisa, ma i nerazzurri, neopromossi, vedono il bicchiere mezzo pieno per lo spirito, l’intensità, la reattività, anche il gioco messi in campo.
“Sotto la torre alla Viola va di lusso, perché resiste e si salva grazie ai legni della porta di De Gea (colpiti da Nzola e Cuadrado, i due ex), vede un gol annullato a Meister per un controllo di braccio appena prima del tiro, mentre due tocchi di mano in area fiorentina di Fazzini e Pongracic vengono giudicati benevolmente dall’arbitro Manganiello e dai suoi colleghi al Var.“ La Gazzetta dello Sport sentenzia il momento nero degli uomini di Pioli. “Sembra che il mister stia ancora cercando di capire che squadra abbia in mano. Dopo la virata sulla difesa a quattro contro il Como, il tecnico torna a tre, ma stavolta con due trequartisti, Gudmundsson e Fazzini, a supporto di Kean. La proposta è quella di tenere Dodò e Gosens altissimi e circondare con il quadrilatero di centrocampo il trio nerazzurro Marin-Aebischer-Akinsanmiro, giocando nei corridoi interni. L’idea viene però presto smembrata dall’aggressività e dal pressing dei ragazzi di Gila, furiosi nei duelli e più reattivi dei viola”.
Non impattano le sostituzioni – soltanto tre – di Pioli, che finisce con i tre centravanti tutti insieme: Piccoli e Dzeko si aggiungono a Kean, ma il trio non crea nulla. Anzi, la Viola dà la sensazione di voler tirare fino al novantesimo, con il fiatone ma con almeno un punto in tasca. E, per come è andata, pare guadagnato.
Tanti i protagonisti sottotono, a partire da Gudmundsson e Dodò. Il Corriere Fiorentino parla così del momento dell’Islandese: “La miglior versione del numero 10 ex Genoa continua a essere più invocata che ammirata. Ogni stop fisico e ogni infortunio patito da Gudmundsson (che dall’arrivo a Firenze ha saltato 16 partite per varie indisponibilità) hanno alimentato il desiderio di rivederlo in campo, con la consapevolezza delle indiscutibili qualità del giocatore e con la convinzione che dai piedi del classe 1997 sarebbero passate le soluzioni ai problemi accumulati. Ieri il 10 ha concluso la sua partita (al 74’) con zero tiri verso la porta, tre tocchi nell’area avversaria e per quanto la precisione nei passaggi sia stata dalla sua parte (92% su 24 tentati), 12 palloni persi, con una posizione media in campo sulla stessa linea di Dodò e Gosens e leggermente arretrata rispetto a Fazzini, quindi ben lontana da quella di Kean”.
“Ho visto segnali incoraggianti” dice Pioli nel post gara. Certo, nel senso che ci è andata bene. Il primo segnale si chiama traversa, il secondo palo. Beh, se la fortuna è un segnale incoraggiante allora ha ragione lui. Ma quanta malinconia negli occhi di questa squadra infelice. 3 punti in 5 partite dopo aver speso 92 milioni, oltre che far piangere dovrebbero spingere tutti, società compresa, anche a una riflessione profonda. Altro che bisteccate di gruppo. Così Benedetto Ferrara su La Nazione.








