Anima e cuore non bastano con l’Atalanta: a Vanoli manca il coraggio di osare

La Fiorentina è viva, non si abbatte e, pur con tutti i suoi limiti, mostra di valere ben più di quanto oggi dica una classifica che resta deficitaria ma che, almeno, si muove dopo tre sconfitte consecutive. Una piccola iniezione di fiducia che ripaga, in qualche misura, la voglia di crescere d’una squadra cui non fanno difetto talento e carattere. E che, adesso, ha soltanto un disperato bisogno di interrompere il digiuno e riassaporare il gusto della vittoria. Sfuggita, ancora una volta, per un soffio.

ULTIMA SPIAGGIA

Candidate al ruolo di protagoniste ma incredibilmente relegate a quello di nobili decadute, Fiorentina e Atalanta si presentano ai novanta minuti con più di un cattivo pensiero: e se addirittura la posizione di Sarri inizia a vacillare, nonostante un percorso meno accidentato rispetto al suo dirimpettaio, sono minacciose le nubi che si addensano sul futuro di Paolo Vanoli. Finito sul banco degli imputati, a San Siro, per alcune scelte cervellotiche di fronte all’arrembaggio nerazzurro, pagate a caro (ma inevitabile) prezzo. Tanto che non è mancato chi, in quell’atteggiamento remissivo, gemello di quello più volte mostrato la scorsa stagione e figlio di un cambio (di modulo e di uomini) che ha finito con lo spianare la strada al sorpasso firmato Thuram–Zielinski, ha colto un allarmante dejà vu.

SOLITI NOTI…

In questa uscita infrasettimanale il tecnico viola non rimescola le carte e ripropone lo stesso undici di Milano, con l’unica eccezione di Joao Mario al posto di Valdepenas. Bocciatura per lo spagnolo? Forse sì, forse no, quand’anche l’avere tolto, dalla naftalina, il portoghese, accantonato (frettolosamente) in soffitta, lo lascia pensare. Per il resto, nella ostinata preferenza verso Brescianini e Ndour rispetto ad Oulai e Pedro Gonçalves quali partner di un involuto Fagioli, sono nulli i margini di scelta tanto in difesa (Ranieri e Pongracic sono out e l’ultimo Dodo è meglio tenerlo in panchina) quanto in attacco (Beto è, allo stato, impresentabile). Né l’allenatore sembra propenso a tirare dal cilindro soluzioni innovative…

…E SOLITA STORIA

L’avvio è, comunque, promettente: la Fiorentina appare pimpante (soprattutto sull’asse Alex Jimenez–Mastantuono), pressa alto, stringe all’angolo un’Atalanta ridotta all’osso. Peccato che, poi, quando si tratta di concretizzare, finisca col girare a vuoto: ai sedici metri, la squadra di Vanoli, ci arriva, e pure con facilità, ma la sensazione è che, una volta dentro l’area, si smarrisca. Eppure, non manca qualche buona occasione (con Pellegrino e Mastantuono) prima che gli orobici escano dal guscio, creando apprensione alla solita, svagata, difesa: i tentativi di Elmas e Gaetano accendono la spia rossa, De Ketelaere, favorito da un pasticcio dell’accoppiata Fagioli–Ndour, è libero di battere a rete. Tanto basta per mettere drammaticamente a nudo le fragilità viola: De Gea è prodigioso a salvare su Krstovic (evitando il remake della gara con il Como), il Franchi comincia a perdere la pazienza. Fortuna che arrivi l’intervallo.

SEGNALI DI VITA

E stavolta Vanoli prova a correre ai ripari, spedendo, giustamente, dietro la lavagna un inesistente Fagioli (cui avrebbe dovuto fare compagnia l’inconcludente e pachidermico Ndour) e lanciando nella mischia, finalmente, Oulai. Sarà o no l’ingresso dell’ivoriano, di certo la Fiorentina si scuote, grazie, pure, a un ispiratissimo Mastantuono: l’argentino salta sempre l’uomo, gioca a tutto campo, trascina i compagni. Che raccolgono il messaggio: Alex Jimenez (ancora una volta tra i migliori) mette sulla testa di Njie un pallone appena da sospingere in porta. Uno a uno che rianima e restituisce fiducia. E pure la dea bendata strizza l’occhio: il tiro di Joao Mario non pare irresistibile ma il tocco di Obric spiazza Carnesecchi. Deo gratias.

BRODINO CALDO

Che sia un’illusione fugace, però, si comprende subito. Perché ogniqualvolta l’Atalanta ficca il naso dalle parti di De Gea, semina il panico: Krstovic sfiora il pari, Zalewski lo trova con una giocata fotocopia rispetto a quella di Thuram domenica scorsa. E qui, nonostante la botta, la Fiorentina ha il merito di non disunirsi e cercare, sino alla fine, la vittoria. Che non arriva, è vero, ma che mai come questa volta sarebbe stata meritata. E forse, con un attaccante all’altezza, sarebbe anche arrivata.

ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ

Questione di tempo. Ma anche di dettagli. Quelli su cui occorre lavorare. Ventuno gol subiti non sono frutto del caso ma di equilibri che si faticano a trovare e di caratteristiche che, purtroppo, continuano a mancare, tanto in difesa quanto a centrocampo. Come non è casuale la persistente scena muta d’un attacco il cui peso non sono capaci di sostenere né Pellegrino né Beto (e qui Paratici, a dispetto delle garanzie sbandierate in estate, ha la responsabilità d’essersi fatto trovare impreparato dopo la cessione di Kean). E nell’attesa dei rimedi dal mercato e del rientro di Atta, tocca a Vanoli valorizzare risorse sin qui inesplorate: Oulai e Gonçalves meritano più spazio (a proposito, che senso ha avuto inserire il Pote nel recupero?). Altri, forse, ne dovrebbero avere meno (vero, Ndour?). Perché c’è pure qualcosa di buono in questa Fiorentina: ma si abbia almeno il coraggio di scoprirlo.

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