Con Vanoli la Fiorentina ha ritrovato una voce: ecco com’è cambiata la comunicazione

Ci sono allenatori che riescono a cambiare una squadra prima ancora di cambiarne il sistema di gioco. Lo fanno con le idee, certo, ma anche con le parole, con i gesti, con il modo di stare in panchina e persino con il modo di rispondere a una domanda in conferenza stampa.

È una delle prime sensazioni che ha trasmesso Paolo Vanoli da quando è tornato alla Fiorentina. E forse è un aspetto del suo ritorno a Firenze di cui si è parlato troppo poco.

Perché dei risultati, inevitabilmente, si è parlato tantissimo. La Fiorentina ha vinto a Venezia, ha superato il Pisa in Coppa Italia e poi ha giocato una partita di grande personalità contro il Napoli, fermato sull’1-1 al Franchi. Ma c’è una cosa che, probabilmente, è passata troppo in secondo piano: la differenza nella comunicazione tra Vanoli e Fabio Grosso.

Tre sconfitte e una comunicazione che non convinceva

La Fiorentina aveva iniziato la stagione con tre sconfitte consecutive in campionato sotto la gestione di Fabio Grosso. Un avvio evidentemente complicato, nel quale il tecnico appariva spesso sorridente davanti ai microfoni, quasi come se quel sorriso fosse il modo per mascherare la difficoltà del momento.

Il problema, però, non era il sorriso in sé. Era la sensazione che arrivava dalle sue conferenze stampa. A domande precise su tattica, ruoli, formazione, condizione fisica o risultati, le risposte tendevano spesso a rimanere molto generiche: “Chiaramente siamo dispiaciuti, non era la partenza che volevamo”, oppure “Oggi potevamo non perdere” (frase pronunciata dopo la partita in casa con il Torino).

Frasi legittime, soprattutto dopo una sconfitta. Ma ripetute davanti a domande diverse finiscono inevitabilmente per dare la sensazione di una comunicazione poco incisiva, nella quale diventa difficile capire cosa l’allenatore pensi davvero della propria squadra e soprattutto quale strada intenda percorrere per uscire dal momento negativo.

La sensazione era che per arrivare ad avere dichiarazioni decise, in cui si capisse esattamente qual era il percorso che voleva tracciare Fabio Grosso a Firenze, si dovesse aspettare una vittoria. Come ben sappiamo, quella vittoria non arriverà mai, perché la sua avventura a Firenze terminerà proprio dopo quel Fiorentina-Torino.

Ed è proprio qui che, con Vanoli, è cambiato qualcosa.

Affrontare pubblicamente i problemi

La prima cosa che colpisce ascoltando Vanoli è che non ha paura di parlare dei problemi della Fiorentina.

Dopo il 4-2 di Venezia, il nuovo allenatore non si è limitato a celebrare la vittoria. Ha spiegato immediatamente quale doveva essere la base del suo lavoro: “Dobbiamo partire dalla base, abbiamo una squadra che mi diverte perché talentuosa, ma il talento da solo non ti porta da nessuna parte“.

E ancora: “Dovevamo prima diventare squadra e insegnare a questi giovani che nel calcio italiano se non corri per il compagno fai fatica“.

È un modo di comunicare completamente diverso. Vanoli dice cosa gli piace, ma anche cosa non gli piace. Parla dei margini di miglioramento senza nascondersi dietro formule di circostanza. E soprattutto dà l’impressione di avere una direzione molto precisa.

Non vende illusioni: dopo il 4-2 di Venezia ha sottolineato che c’erano “tante cose belle ma anche tante da migliorare” e che sarebbe servita pazienza per far crescere i giovani.

È una comunicazione che trasmette un concetto semplice: abbiamo vinto, ma sappiamo perfettamente che il lavoro non è finito.

“Una pagina bianca”: il modo di Vanoli per ripartire

C’è poi un’espressione che Vanoli ha ripetuto più volte e che racconta molto della sua mentalità: la pagina bianca.

Dopo Venezia ha spiegato di voler chiudere con il passato e costruire il futuro, parlando di una squadra da costruire con qualità e chiedendo pazienza.

Due giorni dopo, ai canali ufficiali della Fiorentina, ha ribadito lo stesso concetto: “Nel calcio però dobbiamo guardare sempre avanti e quella di quest’anno è una pagina bianca e siamo riusciti a partire con il piede giusto. Questa pagina dobbiamo scriverla con tante cose belle“.

E qui si vede una delle differenze più importanti: Vanoli non sembra voler cancellare i problemi, vuole trasformarli nel punto di partenza del proprio progetto. Lo fa parlando apertamente delle difficoltà, ma contemporaneamente trasmettendo entusiasmo e ambizione.

“Come fai a non essere innamorato di Firenze?”, ha detto. E poi: “Tante volte quello che ho dentro io non lo esterno, ma sono un grande lavoratore per arrivare a grandi obiettivi“.

Non è soltanto una frase da intervista. È perfettamente coerente con il personaggio che sta mostrando.

Dal “dobbiamo migliorare” alle spiegazioni concrete

La cosa interessante è che questa comunicazione non si ferma alle dichiarazioni motivazionali.

Dopo il 3-0 al Pisa, Vanoli ha iniziato a entrare ancora più nel dettaglio. Ha parlato della necessità di diventare squadra, del talento da mettere al servizio del compagno, della possibilità di utilizzare il doppio play e delle caratteristiche dei singoli giocatori.

Su Oulaï, per esempio, non si è limitato a dire che il ragazzo aveva giocato bene: lo ha definito “un piccolo Kanté”, spiegando anche cosa avrebbe dovuto migliorare e perché. E soprattutto ha lasciato un’altra frase che sintetizza bene il suo rapporto con questo gruppo: “La squadra è giovane, vogliosa, è una spugna in tutto ciò che dico”.

È una frase che racconta contemporaneamente il gruppo e il ruolo che Vanoli sente di avere. Lui vuole insegnare. Vuole incidere. Vuole che i suoi giocatori assorbano quello che dice.

La stessa cosa si è vista nella settimana di Fiorentina-Napoli.

Vanoli avrebbe potuto utilizzare la classica comunicazione da allenatore che affronta una grande squadra: elogio dell’avversario, prudenza, attenzione ai pericoli. Invece ha fatto entrambe le cose, ma senza rinunciare alle proprie convinzioni. Ha definito il Napoli una squadra forte e una delle pretendenti allo scudetto, ha parlato della qualità di giocatori come De Bruyne e della necessità di trovare equilibrio, ma contemporaneamente ha spiegato che la Fiorentina avrebbe dovuto giocare con coraggio e senza paura.

E dopo l’1-1, arrivato al termine di una prestazione molto positiva della Fiorentina, non si è nascosto dietro il risultato.

“Non ci sarebbe stato nulla da dire se avessimo vinto“, ha detto Vanoli, aggiungendo però immediatamente che la squadra doveva essere contenta ma anche consapevole delle proprie potenzialità.

È forse questo l’aspetto che convince maggiormente della sua comunicazione: Vanoli non sembra utilizzare le conferenze stampa per proteggersi, ma per spiegare.

E poi c’è la panchina

Ma la comunicazione di Vanoli non è soltanto quella davanti ai microfoni.

È anche quella che vediamo durante le partite.

Guardarlo in panchina significa vedere un allenatore che vive la partita per novanta minuti. Si muove, si agita, dà indicazioni, richiama i giocatori, esulta, incita la squadra e, quando sente che il pubblico può diventare un fattore, prova a coinvolgerlo.

Dopo il Napoli lo ha detto anche esplicitamente: “Ringrazio anche il pubblico, perché se mostriamo che diamo tutto per la maglia loro ci spingono e ci possono portare dei punti“.

È una cosa che ricorda immediatamente Antonio Conte e Diego Simeone: allenatori che non vivono la panchina da spettatori e che cercano continuamente di trasferire energia alla squadra e, quando possibile, all’ambiente.

E nel caso di Vanoli il paragone con Conte non è soltanto una suggestione.

Vanoli ha lavorato al fianco di Conte per anni: è stato suo vice al Chelsea e poi collaboratore tecnico all’Inter.

Lo stesso Vanoli, parlando del rapporto con Conte, ha raccontato quanto quell’esperienza abbia inciso sul suo modo di lavorare: “Quando sono andato a lavorare con lui, ho sempre cercato di pensare a quello che pensava lui”. Ha anche spiegato che una delle sue caratteristiche è quella di non riuscire a non dire le cose in faccia.

E forse oggi, a Firenze, si vede proprio questo. Non significa che Vanoli sia Conte. Non lo è e non deve esserlo. Ma alcuni tratti della scuola contiana sembrano evidenti: l’energia, la partecipazione emotiva, la richiesta continua di intensità, il rapporto diretto con i giocatori e quella voglia quasi fisica di vivere la partita insieme alla propria squadra.

La vera svolta, forse, è anche questa

Per questo, nelle prime settimane del ritorno di Vanoli, c’è un elemento che merita di essere osservato con attenzione.

Non soltanto il 4-2 di Venezia. Non soltanto il 3-0 al Pisa. Non soltanto la buona prestazione contro il Napoli.

La Fiorentina sembra aver ritrovato una voce. Una voce che spiega, che pretende, che elogia quando c’è da elogiare e che sottolinea ciò che ancora non funziona. Una voce che parla di futuro senza dimenticare il lavoro da fare nel presente.

E soprattutto una voce che, almeno per il momento, sembra avere una caratteristica fondamentale: è riconoscibile. Quando parla Vanoli, sai cosa vuole trasmettere.

Forse è proprio questo che era mancato alla Fiorentina nelle prime tre giornate. Non necessariamente una risposta a ogni problema, perché tre partite non possono spiegare tutto, ma la sensazione che dietro alle parole dell’allenatore ci fosse un’idea precisa di dove andare.

I risultati possono cambiare da una domenica all’altra. Una prestazione può essere buona o cattiva. La classifica può sorridere oppure complicarsi. La comunicazione, invece, racconta molto del modo in cui un allenatore vuole costruire la propria squadra. E quella di Vanoli, fin dal suo ritorno, ha già lasciato un’impronta molto chiara.

Condividi:

Scopri di più da SpaceViola

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da SpaceViola

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere