Il pensiero al passato, l’attenzione al presente, lo sguardo al futuro. Per cercare di capire dove potrà arrivare. E cosa sarà capace di fare. Perchè, se vuole pensare in grande, la Fiorentina ha anzitutto bisogno di imparare dal suo passato per consolidarsi nel presente sino a porre le basi del futuro. Dove la parola ambizione non resti più un vacuo orpello retorico ma diventi il segno distintivo d’una dimensione realmente inseguita e finalmente ritrovata. E che costituisca la regola dettata da una autentica programmazione e non più l’eccezione, figlia del caso e della improvvisazione.
IL PASSATO COME ESEMPIO, NEL BENE E NEL MALE
Il Centenario è stata anche l’occasione per rivedere le immagini d’una squadra che volava alto, in Italia e in Europa. Non sono mancate, nella sua secolare storia, le cadute rovinose (l’incredibile retrocessione del 1993, il fallimento e la successiva ripartenza dalla serie C2) ma, proprio dalle sue ceneri, la Fiorentina ha trovato sempre la forza per risorgere e rialzarsi. Insomma, a volte toccare il fondo è servito (dalla B nacque la Fiorentina di Batistuta capace di vincere la Coppa Italia, sfiorare il tricolore ed essere protagonista in Champions mentre la scomparsa della società di Cecchi Gori fece da preludio al rinascimento della gestione Della Valle-Prandelli) e chissà che la storia non possa ripetersi, dopo l’annus horribilis trascorso sull’orlo del precipizio. Corsi e ricorsi, nella speranza di ritrovare cittadinanza nell’Europa che conta e alzare al più presto un trofeo che manca da tanto, troppo tempo.
IL PRESENTE PER LA RICOSTRUZIONE
Scampato il pericolo, si è ripartito da zero, anzi da sotto zero, per le macerie lasciate dalla precedente direzione sportiva e che hanno imposto un rinnovamento pressoché totalitario, dalle fondamenta. E a furia di volere cancellare ogni retaggio della disastrosa annata appena trascorsa, si è commesso l’errore di fare fuori pure uno dei pochi a salvarsi ovvero Paolo Vanoli. Protagonista di una impresa, eppure frettolosamente accantonato pur di portare a Firenze non un’eccellenza della panchina ma uno che, in carriera, a certi livelli, aveva sempre (o quasi, se si considera il campionato al Sassuolo, seppur con diciassette sconfitte che avrebbero dovuto suonare da campanello d’allarme) fallito. E che, ancora una volta, non si è smentito.
UN’ALTRA STORIA
Vanoli ha più volte lasciato intendere di volere dare alla Fiorentina un’impronta ben diversa rispetto a quella di un anno fa quando, con un gap all’apparenza incolmabile e l’acqua alla gola, c’era da raggiungere a tutti i costi (senza andare troppo per il sottile) una salvezza quasi insperata. La storia insegna che gli avvicendamenti in panchina non hanno mai inciso sino al punto da consentire di capovolgere la classifica (come, invece e ad esempio, accadde due anni fa alla Roma con l’esonero di Juric e l’avvento di Ranieri): da Delio Rossi al Montella bis, da Iachini al ritorno di Prandelli, ogni esperienza è stata poi contrassegnata da stenti e sofferenza. Vanoli sarà capace di invertire la rotta?
VERSO IL FUTURO
La doppia sosta è arrivata al momento giusto perché, pur a fronte della ripresa vista con Venezia e Napoli, era necessario all’allenatore ragionare a bocce ferme per conoscere il gruppo e consentire a tutti di recuperare la migliore condizione. Da Marassi potrà iniziare a vedersi la vera Fiorentina di Vanoli che poi sarà attesa dal Como al Franchi e dalla sfida di San Siro con l’Inter prima degli impegni interni con Atalanta e Juventus, inframmezzati dalla trasferta di Sassuolo: un ciclo terribile sino all’ulteriore sosta di novembre e che sarà determinante. Tanto per orientare le scelte nel mercato di gennaio (sul quale Paratici sarebbe già al lavoro) quanto, soprattutto, per comprendere il ruolo che si potrà recitare. Se di protagonista o di mera comparsa. Voi cosa dite?









