FIORENTINA, quattro sberle che servano da lezione

Tanta, troppa, la Roma o poca, nulla, la Fiorentina? Il quesito è inevitabile dopo i quattro ceffoni dell’Olimpico ma la verità, forse mai come questa volta, sta nel mezzo: se la squadra di Gasperini si candida ad essere la principale antagonista dell’Inter nella corsa allo scudetto, quella di Grosso deve provare a scrollarsi di dosso i retaggi della scorsa stagione e dimostrare davvero di volere intraprendere il nuovo corso annunciato dalla società.

FALSA PARTENZA

Serata da dimenticare, al netto della topica arbitrale che permette alla Roma di passare in vantaggio al culmine d’una azione viziata da una manata di Hermoso sul volto di Mastantuono. Ma la Fiorentina, che Grosso ridisegna a sorpresa sulle corsie esterne inserendo Dodo e dirottando Joao Mario a sinistra (perché?), non convince sin dai primi minuti, soprattutto in mezzo al campo dove la Roma ha vita facile. Koné giganteggia, Fagioli si fa notare soltanto quando perde due palloni sanguinosi mentre Ndour e Brescianini sono impalpabili. La conseguenza è il ricorso al lancio lungo di De Gea (vi ricorda qualcosa?) per la testa del povero Pellegrino, annullato da Ndicka e fuori condizione, con assenza di pericoli per la porta di Svilar.

CERVELLO SPENTO

Non è un caso che, a parte qualche iniziativa individuale di Atta (costretto a indietreggiare per cercare di costruire qualcosa) e Mastantuono, la Fiorentina resta in totale balia della Roma, con Mora e, soprattutto, Dybala che, tra le linee, fanno il bello e il cattivo tempo. I giallorossi dominano nel fraseggio e sulle seconde palle, i viola restano incredibilmente passivi (il 68% di possesso palla dopo i primi quarantacinque minuti è sintomatico) e, aspetto ancora più preoccupante, senza alcuna identità e senza che si cerchi, dalla panchina, di individuare le giuste contromisure.

IN BAMBOLA

Tant’è vero che, al rientro in campo, la Fiorentina si presenta con gli stessi interpreti, quand’anche tenti di alzare il baricentro. E proprio nel momento in cui sembra volere aggredire l’avversario, ci si mettono gli errori individuali che consentono a Malen di firmare, nel giro di una manciata di minuti (mentre Grosso temporeggia coi cambi), la seconda (con la complicità dapprima di Joao Mario, poi di Dragusin e, infine, di De Gea) e la terza rete (che pasticcio Joao Mario, Dragusin e Ranieri), chiudendo, di fatto, i conti. Per la cronaca, anche il quarto gol di Pisilli arriva per gentile concessione di Rolando Mandragora: segno d’una squadra crollata sul piano mentale.

CAMPANELLO D’ALLARME MA NESSUN DRAMMA

Tutto da buttare? Non proprio. Mastantuono è stato protagonista di spunti interessanti così come Oulai che ha mostrato dinamismo e personalità e che non può e non deve essere una seconda scelta rispetto ai vari Fagioli, Ndour e Brescianini. Ecco, proprio l’ivoriano e Atta rappresentano due perni irrinunciabili di un reparto (quello di centrocampo) nel quale non si può di certo immaginare di riproporre lo stesso spartito dell’ultima Fiorentina.

CANTIERE APERTO

A Grosso il compito di trovare i rimedi (dando quella identità che, ad oggi, non si vede) mentre Paratici penserà a risolvere la grana Kean, scovando (nell’ipotesi, sempre più concreta, di cessione) un sostituto quanto meno dello stesso livello (o addirittura superiore, come precisato nel prepartita), a sfoltire l’organico (Fabbian, Mandragora, Dodo e uno tra Brescianini e Fagioli sono di troppo) e, poi, a completarlo, colmando le lacune sia sugli esterni offensivi (basta Poku?) sia a centrocampo (non può essere certo Thorstvedt il profilo che manca). Prepariamoci alle sorprese e chissà che questa scoppola, alla fine, non si riveli salutare.

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