Dodô: “Vi racconto un aneddoto su Gosens. Il rapporto con mio fratello…”

Dodô si racconta a 360° ai microfoni del club Viola

Ai microfoni della Fiorentina ha parlato Dodô, che ha toccato molti temi, anche personali, come la sua infanzia: “Sono cresciuto in un quartiere di San Paolo, dove abitavo con i miei genitori e le mie due sorelle, che oggi sono una dottoressa e un architetto. Era una quartiere povero e io sognavo di diventare un calciatore per potere, un giorno, portare via la mia famiglia da quel posto. Al tempo stesso però in quelle strade mi sono fatto tanti amici, eravamo una vera comunità. La mia infanzia in Brasile mi ha dato tanti insegnamenti, il mio Paese non è solo festa e colori come credono in molti”.

Prosegue: “La mia carriera è iniziata quasi per caso: giocando a pallone per strada fui investito da una macchina, e così mia madre mi iscrisse a una scuola calcio per farmi stare in un luogo più sicuro”.

Il rapporto con il fratello: “Ho anche un fratello più grande da parte di mamma che purtroppo entrò nel mondo dell’alcool e della droga molto presto. Una volta, a sedici anni, sparì: io e mia mamma andammo a cercarlo e lo trovammo con due pistole puntate. Fu risparmiato, ma fu terribile. Purtroppo mio fratello non è mai riuscito a sottrarsi alla criminalità, è stato quindici anni in carcare e per la mia famiglia rappresenta una grande tristezza. Ho provato a dargli una mano, ma non ci sono riuscito”.

Il rapporto con la mamma: “Mia mamma è tutto per me da quando avevo tredici anni ha cresciuto me e le mie sorelle da sola, perché mio padre si era fatto una vita con un’altra donna. Per mia mamma sarei disposto a tutto, lo dico sempre anche a mia moglie, è una donna speciale. Lavorava facendo le pulizie in una scuola e io le dicevo sempre che un giorno sarei diventato un calciatore e non le avrei più fatto fare quella vita. Vi racconto un aneddoto: il primo giorno di scuola calcio, mentre tutti stavano zitti, mia mamma urlava per incitarmi e le mie sorelle le dicevano di non farlo. Ci ridiamo spesso su, come sul fatto che, dopo quella volta, quando viene a vedermi al Franchi non urla più nonostante potrebbe tranquillamente farlo”.

Aneddoto su Gosens: “Giocavo nello Shakhtar e dovevamo affrontare l’Atalanta a San Siro. Pensavo che non sarei neanche stato convocato, invece andai in panchina e dopo che pareggiamo al 92′ il mister mi fece alzare. Mi disse di rimanere in difesa, perché il pareggio andava bene. Ovviamente non lo feci: mi capitò, dopo un palo di Malinovski, la possibilità di partire in contropiede e io mi involai. Gosens provò invano a fermarmi, io passa il pallone a Solomon che segnò. Da quel giorno io e Solomon diventammo titolari e nella partita successiva, contro il City, io gli servii un altro assist per il gol. Ricordo spesso quel momento a Gosens”.

Sullo Shaktar: “Lo Shakhtar ha rappresentato una tappa molto importante. Sono arrivato lì a soli 19 anni e c’erano tanti brasiliani come me. Avevamo una squadra molto forte per giocare la Champions League. Mi ricordo benissimo che un giorno, alle 4 di mattina, mia moglie mi chiamò per dirmi che la Russia stava bombardando l’Ucraina. Tempo cinque minuti da quando riattaccai e cominciarono i bombardamenti. Alcuni di noi calciatori abitavamo in una villetta vicino all’aeroporto e vedemmo tutto chiaramente. Era il caos, la gente si era riversata in macchina per scappare. Una cosa chiaramente impossibile. Decidemmo di andare subito in un hotel di proprietà della società, che aveva un bunker, per rifugiarci. Era una situazione terribile: fuori c’erano i soldati russi e noi dovevamo restare chiusi lì. C’erano calciatori con i bimbi piccoli. Io ero da solo e avevo mia moglie, incinta, in Brasile. A un certo punto arrivò un reporter e ci disse che, se fossimo riusciti ad arrivare alla stazione entro mezz’ora, avremmo potuto prendere un treno per Budapest. Era l’ultima opportunità per scappare, altrimenti saremmo dovuti rimanere in Ucraina. La stazione ovviamente era piena di gente, ma per fortuna riuscimmo tutti a salire. Il treno andava lentissimo, c’erano sedici ore di viaggio e le passammo tutti in piedi, qualcuno anche con i bambini in braccio.

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