Antognoni: “Fui vicino al trasferimento alla Juventus, ma scelsi di rimanere alla Fiorentina”

L’ex bandiera della Fiorentina, Giancarlo Antognoni, è intervenuto a La Gazzetta dello Sport e ha parlato anche dei momenti più difficili e tragici della sua carriera:

Sugli infortuni: “Mi sono infortunato due volte in maniera grave. Nel febbraio del 1984, tibia e perone: rimasi fuori più di un anno e mezzo e quello stop incise sul mio finale di carriera. E prima nel novembre del 1981, in uno scontro con Martina, il portiere del Genoa. Svenni, mi si fermò il cuore, fu decisivo l’intervento del massaggiatore, che mi salvò la vita. Venni operato alla testa, rimasi fuori quattro mesi. E quell’anno perdemmo lo scudetto. Non voglio essere presuntuoso, perché venni sostituito in maniera egregia da Miani, ma saltai praticamente metà campionato e forse con me in campo qualche punto in più l’avremmo fatto. E avremmo vinto lo scudetto. Invece fu la Juve a prenderselo all’ultima giornata”.

Sul no alla Juventus: “Io alla Juventus? fui vicino nel 1978, dopo il Mondiale in Argentina. La Juve fece un’offerta ufficiale, valutai pro e contro e alla fine non accettai. È stata una mia scelta, non ho rimpianti. Anni dopo, al Mondiale di Spagna, l’Avvocato Agnelli, che mi stimava molto, mi incrociò nell’hotel di Madrid dove eravamo in ritiro e mi disse: “Antognoni, lo sa che lei è stato l’unico a rifiutare la Juventus?”.

Su Rivera: “Nel primo ricordo mi vedo correre avanti e indietro nel bar di mio padre Gino, a Piazza Birago, a Perugia. Era un Milan Club: tutti riveriani. Rivera era il mio idolo. La prima partita dal vivo l’ho vista a Bologna, avrò avuto dieci anni. Partimmo in pullman, fu una giornata lunga. Vinse il Milan, tornai a casa felice. Il verde del campo, il pallone bianco, la gente sugli spalti: ai miei occhi era una meraviglia”. 

Sull’amore per Firenze: “Quello che io provo per Firenze è qualcosa di speciale. E l’amore che Firenze mi ha regalato non si può spiegare. Ne sono orgoglioso, ma so che è anche una responsabilità”.

Sulla partita perfetta: “Ve ne dico due: Fiorentina-Roma 3-1, aprile 1980. Due gol miei su punizione, un autogol di Santarini provocato da un mio tiro: quella domenica mi riusciva tutto.

E l’altra era un’amichevole a Liegi nel 1977, Belgio-Italia 0-1, gol mio. È la partita del debutto in azzurro del mio amico Paolino Rossi. Io invece debuttai nel 1974 contro l’Olanda di Cruijff, mica con un’avversaria qualunque…Con la maglia azzurra non furono sempre rose e fiori però, al mondiale del 1982 mi infortunai in semifinale contro la Polonia, ed ho saltato la finale con la Germania. Il fatto è che volevo segnare anch’io. Qualche giorno prima, al Sarrià contro il Brasile, mi era stato annullato un gol per fuorigioco. Il gol era regolare, me l’ha confidato di recente il presidente della Fifa, Infantino, e l’arbitro di quella partita, Klein. Saperlo con certezza è stato pure peggio…”.

Su chi si rivede nel calcio d’oggi: “Forse mi rivedo In qualche gesto di Calhanoglu, dribbling stretto e tiro potente. Ma la verità è che i 10 com’ero io non li vogliono più. lo facevo il 10 e anche la mezzala. Oggi gli allenatori mi farebbero giocare esterno, oppure dietro la punta nel 4- 2-3-1. Non si può più ”Giocare guardando le stelle”, bisogna concentrarsi sul pallone: il calcio di oggi impone di pensare in fretta”.

Giancarlo Antognoni

Condividi:

Scopri di più da SpaceViola

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere